La COP17 sulla biodiversità, conclusa a Yerevan il 31 ottobre 2026, ha adottato quasi cinquanta decisioni e lo Yerevan Pathway, il percorso per accelerare l’attuazione del Quadro globale di Kunming-Montreal. Il primo bilancio collettivo conferma però che il mondo non è sulla traiettoria necessaria per raggiungere i 23 traguardi al 2030. Nuovi finanziamenti annunciati, progressi nella governance e strumenti di monitoraggio rafforzano le condizioni per intervenire, senza risolvere la distanza tra impegni e risultati. Per imprese e investitori, il messaggio è preciso: la tutela della natura deve entrare nelle decisioni economiche, nella destinazione dei capitali e nella verifica degli impatti.
Il primo bilancio globale cambia il centro del negoziato
Il risultato più significativo di Yerevan è il confronto tra gli obiettivi concordati nel 2022 e quanto effettivamente realizzato. La diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione sulla diversità biologica ha completato la prima revisione globale dei progressi collettivi nell’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal. Il rapporto “State of Biodiversity Action”, alla base della verifica, evidenzia che l’azione resta insufficiente rispetto ai traguardi del 2030. Lo Yerevan Pathway risponde a questo ritardo indicando priorità di accelerazione: attuazione dei piani nazionali, sostegno finanziario e tecnico ai Paesi in via di sviluppo, maggiore coerenza delle scelte economiche e rafforzamento di monitoraggio e rendicontazione. Il significato politico è sostanziale: alle Parti viene chiesto di dimostrare come le politiche pubbliche e le attività economiche stiano contribuendo a farlo.
La finanza avanza, tra annunci e risorse effettive
Durante la conferenza sono stati annunciati quasi 2 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti per la biodiversità. Tra le componenti segnalate dal Segretariato CBD figurano 560 milioni nell’ambito del nono rifinanziamento del Global Environment Facility e del relativo Global Biodiversity Framework Fund, 500 milioni attraverso la Species Recovery Alliance e oltre 330 milioni tramite il Value Nature Fund, orientato alla mobilitazione di capitale privato. Sono segnali rilevanti, ma occorre distinguere gli annunci dalle erogazioni e dalle risorse che raggiungono concretamente i territori. Sul versante negoziale, sono stati adottati criteri per gli assetti permanenti del meccanismo finanziario della Convenzione: un avanzamento istituzionale che lascia aperto il nodo del fabbisogno economico. Diverse organizzazioni, tra cui la Wildlife Conservation Society, hanno giudicato i risultati non adeguati alla scala di ambizione e ai mezzi necessari per colmare le lacune. Per la finanza della natura, il vero banco di prova sarà trasformare gli impegni in progetti finanziabili, con responsabilità definite, continuità gestionale e risultati verificabili.
Riformare gli incentivi conta quanto raccogliere nuovi capitali
Il negoziato ha riportato al centro una contraddizione decisiva: finanziare la conservazione serve a poco se, contemporaneamente, altre politiche continuano a sostenere la distruzione degli ecosistemi. Lo Yerevan Pathway richiama quindi la necessità di intervenire su sussidi e incentivi dannosi per la natura, allineando bilanci nazionali e decisioni economiche al Quadro globale. La riduzione o riforma di almeno 500 miliardi di dollari annui di incentivi dannosi entro il 2030 resta un impegno preesistente, del Quadro di Kunming-Montreal (Target 18). La conferenza ne rilancia l’attuazione, mentre permangono difficoltà politiche e finanziarie. Per le imprese, questo passaggio suggerisce una lettura più ampia del rischio: accanto agli impatti diretti sulla biodiversità, conta anche la dipendenza da regole, sostegni economici e modelli produttivi che potrebbero cambiare. La tutela del capitale naturale richiede dunque coerenza tra ciò che si finanzia per rigenerare gli ecosistemi e ciò che si smette di finanziare perché li degrada.
Comunità e misurazione diventano parte dell’infrastruttura dei progetti
Accanto alla finanza, Yerevan ha rafforzato due condizioni essenziali per rendere credibili gli interventi: partecipazione e conoscenza. Con le Sevan Guidelines sono state concordate le regole operative del nuovo organismo sussidiario permanente sull’articolo 8(j) della Convenzione, consolidando il ruolo dei popoli indigeni e delle comunità locali nelle politiche sulla biodiversità. Sono state inoltre promosse iniziative come lo Yerevan Global OECM Action Hub, dedicato alle misure di conservazione efficaci basate sul territorio diverse dalle aree protette, e lo Yerevan Tech for Biodiversity Monitoring Hub. Queste iniziative della presidenza accompagnano le decisioni negoziali, ma non vanno confuse con nuovi obblighi universali per le imprese. Il loro valore operativo è comunque chiaro: la conservazione si misura, oltre che attraverso l’estensione delle superfici interessate, attraverso informazioni sulla qualità ecologica, sull’efficacia della gestione e sulla partecipazione di chi vive nei territori. Per un progetto di rigenerazione, dati affidabili e governance locale sono quindi componenti dell’investimento.
Crediti per la natura: un’iniziativa volontaria e una verifica da completare
Il ricorso ai crediti per la natura e la biodiversità come strumento di finanza privata è stato affrontato a Yerevan su due piani distinti. Il 27 ottobre la Commissione europea, per conto dell’UE, in un evento co-organizzato con Francia e Perù, ha lanciato i Friends of Credits for Nature and Biodiversity: un’iniziativa informale e volontaria tra governi, dedicata alla cooperazione internazionale sui nature credits, a cui hanno aderito al lancio quattordici Paesi. In parallelo, l’ultima bozza della decisione negoziale sulla mobilitazione delle risorse prevedeva la richiesta di uno studio sulla rilevanza di crediti e offset di biodiversità come strumenti di finanza per la natura, con particolare attenzione alla loro addizionalità, cioè alla capacità di generare benefici che non si sarebbero verificati comunque. Il testo definitivo della decisione non è ancora stato pubblicato, lo studio, se confermato, sarà esaminato prima della COP18 del 2028. Il quadro che ne emerge è duplice: interesse politico crescente per questi strumenti, e una verifica multilaterale sulla loro efficacia ancora aperta. Per chi sviluppa progetti, la credibilità di un credito dipende quindi dalla capacità di dimostrare un beneficio ecologico aggiuntivo, misurato e mantenuto nel tempo.
Per imprese e investitori la priorità è la qualità degli interventi
Gli esiti della COP17 non introducono automaticamente un obbligo generalizzato di acquistare crediti di biodiversità o di finanziare specifici strumenti. Indicano però una direzione: collegare capitali, risultati ecologici e responsabilità di lungo periodo. Per chi investe nella rigenerazione ambientale, la conseguenza operativa è privilegiare interventi fondati su condizioni iniziali documentate, obiettivi coerenti con gli ecosistemi locali, manutenzione e monitoraggio nel tempo. Anche il collegamento tra clima e natura va verificato, non presunto: una quantità di carbonio assorbita non descrive da sola lo stato della biodiversità, così come un intervento di piantumazione non dimostra automaticamente il recupero di un ecosistema. La lettura che emerge da Yerevan è quindi selettiva: mobilitare più risorse è necessario, ma la loro efficacia dipende dalla capacità di finanziare progetti solidi e di distinguere i benefici attesi da quelli effettivamente conseguiti. Il giudizio prudente espresso da diverse organizzazioni sui risultati della conferenza rende questa distinzione ancora più importante.
Il valore delle decisioni si misurerà nei territori
Yerevan lascia un percorso condiviso e strumenti più solidi, non la garanzia di raggiungere i traguardi del 2030. Il suo esito più utile è aver reso esplicita la distanza tra ambizione e attuazione. Per chi opera nel capitale naturale, la risposta passa da investimenti capaci di durare, coinvolgere le comunità e documentare il recupero degli ecosistemi: è qui che gli accordi internazionali possono diventare valore ambientale, economico e sociale.
Domande frequenti
Che cos’è la COP17 sulla biodiversità?
È la diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione sulla diversità biologica. Si è svolta a Yerevan nell’ottobre 2026 e si è conclusa il 31 ottobre. È distinta dalle COP della Convenzione sul cambiamento climatico: riguarda conservazione della biodiversità, uso sostenibile delle sue componenti e condivisione dei benefici derivanti dalle risorse genetiche.
Quali sono i principali risultati della COP17 di Yerevan?
I risultati comprendono la prima revisione globale dell’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal, lo Yerevan Pathway, progressi sugli assetti del meccanismo finanziario e le Sevan Guidelines per la partecipazione dei popoli indigeni e delle comunità locali. Durante la conferenza sono stati inoltre annunciati quasi 2 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti per la biodiversità.
Che cos’è lo Yerevan Pathway?
È il percorso concordato per accelerare l’attuazione del Quadro globale sulla biodiversità dopo che la prima revisione collettiva ha evidenziato progressi insufficienti. Indica priorità che comprendono risorse finanziarie, riforma degli incentivi dannosi, coerenza delle decisioni economiche e miglioramento dei sistemi di monitoraggio. Non sostituisce i traguardi già fissati per il 2030.
Che cos’è il Cali Fund e che cosa è stato deciso a Yerevan?
Il Cali Fund è il fondo collegato alla condivisione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle informazioni digitali sulle sequenze genetiche, note come DSI. A Yerevan sono stati confermati i tassi indicativi di contribuzione concordati alla COP16 e sono proseguiti i lavori sulle modalità operative e di distribuzione delle risorse. Non si tratta di un prelievo automaticamente obbligatorio per tutte le imprese e diversi elementi richiedono ulteriore lavoro in vista della COP18.
Che cosa è stato deciso a Yerevan sui crediti di biodiversità?
Non è stato creato un mercato globale né un obbligo di utilizzo. L’Unione europea ha lanciato un’iniziativa volontaria tra governi, i Friends of Credits for Nature and Biodiversity, mentre il negoziato ufficiale ha affrontato la richiesta di uno studio sull’addizionalità di crediti e offset di biodiversità, da esaminare prima della COP18. Il testo definitivo della decisione non è ancora stato pubblicato.
Che cosa cambia dopo la COP17 per le imprese?
La conferenza non crea da sola nuovi obblighi aziendali universali: gli effetti dipendono anche dalle successive misure nazionali e regionali. Rafforza però la direzione delle politiche verso decisioni economiche più coerenti con la biodiversità. Per le imprese diventa quindi importante conoscere impatti e dipendenze dalla natura e sostenere gli investimenti ambientali con obiettivi, dati e verifiche credibili.