Francesco Tomaiuolo, CEO di Arpinge Natural Capital, ha delineato al 3° European Carbon Farming Summit (Padova, 17-19 marzo 2026) le condizioni mancanti per sbloccare gli investimenti istituzionali nel carbon farming europeo. La sfida è quella di rendere il settore natural capital una vera asset class replicando l’evoluzione che negli scorsi anni ha avuto il settore delle energie rinnovabili: regole certe e strutture finanziarie standardizzate.
Il contesto del summit
Lo European Carbon Farming Summit 2026 si è svolto a Padova dal 17 al 19 marzo come terza edizione di un appuntamento ormai centrale nel dibattito europeo su carbon farming, agricoltura rigenerativa, biodiversità, governance e strumenti di mercato. Il programma del summit ha evidenziato in modo esplicito temi come la credibilità del mercato, la gestione del rischio, la finanza per il carbon farming e il rapporto tra politiche pubbliche e investimenti privati. In questo scenario si inserisce l’intervento di Francesco Tomaiuolo, CEO di Arpinge Natural Capital, che ha portato il punto di vista degli investitori istituzionali. Il messaggio emerso con maggiore forza riguarda la distanza ancora esistente tra il potenziale del settore e la sua reale capacità di attrarre capitali su vasta scala. Arpinge, realtà italiana focalizzata sul natural capital e sulle infrastrutture nature-based, ha scelto di stare nel mercato non come semplice osservatore, ma come operatore che ha già iniziato a investire.
Un messaggio netto per il mercato
Il cuore dell’intervento può essere riassunto in un’idea semplice ma decisiva: il capitale c’è, ciò che manca è un insieme di regole capace di renderne possibile l’impiego con continuità e con dimensioni adeguate. Tomaiuolo ha richiamato il paragone con il settore delle energie rinnovabili, dove negli ultimi vent’anni miliardi di euro sono confluiti in impianti e progetti grazie a quattro fattori fondamentali: cornici regolatorie chiare, flussi di cassa prevedibili, strumenti assicurativi standardizzati e garanzie reali su cui strutturare il debito bancario. Il carbon farming e i mercati volontari del carbonio e della biodiversità non dispongono ancora di queste condizioni. La conseguenza è evidente: gli investitori non possono replicare nel natural capital il modello che ha funzionato nelle rinnovabili.
Le due barriere che frenano gli investimenti
Tomaiuolo ha individuato due grandi blocchi di criticità.
- Il primo blocco riguarda l’incertezza normativa e legale. Le aziende potenzialmente interessate ad acquistare crediti di carbonio non hanno ancora indicazioni sufficientemente chiare su come utilizzarli nei propri schemi di compliance, reporting ESG e decarbonizzazione. Senza casi d’uso chiari, i buyer non sottoscrivono impegni di acquisto a lungo termine. Senza contratti di acquisto di lungo periodo, non esiste un flusso di ricavi che possa essere considerato bancabile. A questo si aggiunge un nodo giuridico ancora irrisolto: la natura legale dei crediti di carbonio cambia da una giurisdizione all’altra. Questa ambiguità produce effetti pratici molto rilevanti. I crediti non possono essere usati come collaterale standard per le banche, la titolarità lungo la filiera può diventare incerta e le controversie transfrontaliere restano difficili da prevedere sul piano legale.
- Il secondo blocco riguarda la struttura finanziaria. Gli investitori istituzionali e il sistema bancario chiedono tre elementi: ricavi prevedibili, rischi assicurabili e asset da offrire in garanzia. Nel carbon farming questi tre elementi non sono ancora disponibili in modo pieno. Mancando regole certe per l’utilizzo dei crediti, è difficile concludere contratti di lungo termine comparabili ai power purchase agreement del mondo energetico, le coperture assicurative su reversal, rischi regolatori, etc. sono ancora embrionali, e la possibilità di offrire asset come garanzia per le banche è complessa, sia perché spesso gli investitori operano insieme ai proprietari dei terreni senza acquisire direttamente le aree su cui sorgono i progetti, sia perché i crediti stessi non sono ancora riconosciuti come garanzie valide.
Il paragone con le energie rinnovabili
Negli ultimi vent’anni il settore energetico europeo ha attratto oltre 400 mila miliardi di euro di investimenti privati, riducendo le proprie emissioni di circa il 50%. Nello stesso arco di tempo, a livello mondiale, il valore del mercato volontario del carbonio si è attestato su circa 10 miliardi di dollari (ossia circa 40 mila volte meno di quanto investito nel solo settore energetico UE), mentre le foreste globali hanno perso il 20% del carbonio immagazzinato. Appare evidente che il livello di investimenti attuale non sia sufficiente ad affrontare la crisi ambientale in atto. Occorre pertanto lavorare affinché il settore del carbon farming diventi strutturato come quello delle rinnovabili.
I due percorsi proposti da Arpinge Natural Capital
Davanti a questo scenario, Arpinge Natural Capital non propone attese indefinite. Tomaiuolo ha indicato due percorsi concreti per investire già oggi nel settore del carbon farming e del natural capital.
- Il primo percorso riguarda l’investimento in società attive lungo la catena del valore, e non nei singoli progetti. Questa soluzione consente di puntare su operatori con attività diversificate, dalla progettazione alla certificazione, dal monitoraggio al trading dei crediti, riducendo il peso della non bancabilità del singolo progetto e valorizzando il vantaggio dei first mover.
- Il secondo percorso riguarda gli investimenti a livello di progetto, ma con una struttura completamente ripensata. Tomaiuolo ha spiegato che un progetto non può basarsi soltanto sui ricavi da carbon credit. Serve una combinazione di flussi economici diversi, per esempio biomassa, crediti di carbonio e nature credits, anche generati in aree differenti dello stesso progetto. Questa diversificazione riduce la dipendenza da una sola fonte di ricavo e rende l’iniziativa più resiliente.
Accanto alla diversificazione dei ricavi, Arpinge indica una struttura di blended finance che può includere capitale proprio dell’investitore istituzionale, contributi pubblici europei e nazionali, emissioni di green bond o mini-bond, quote di retail equity tramite crowdfunding e strumenti di de-risking come first-loss tranche, garanzie pubbliche o prestiti agevolati. Tuttavia, per funzionare, tali strutture devono poggiare su accordi di offtake, anche parziali, per assicurare una maggiore visibilità dei ricavi futuri.
Perché questo intervento conta per il futuro del settore
L’intervento del CEO di Arpinge Natural Capital ha il merito di portare il dibattito europeo su un terreno molto concreto. Il carbon farming non può crescere soltanto grazie all’interesse politico o alla spinta reputazionale delle imprese. La scala si raggiunge quando esistono regole credibili, diritti chiari, contratti leggibili dal mercato e strumenti finanziari adatti al profilo di rischio. La finanza innovativa può aiutare il settore nella fase attuale, ma non rappresenta una soluzione permanente. L’obiettivo finale resta la costruzione di un’architettura di mercato capace di attirare capitale istituzionale convenzionale in modo stabile e massivo.
Il messaggio di Francesco Tomaiuolo a Padova è stato molto chiaro: il natural capital può diventare una vera asset class europea solo se il mercato del carbon farming saprà trasformare l’interesse degli investitori in fiducia regolatoria, solidità finanziaria e visione industriale di lungo periodo.

Domande frequenti (FAQ)
Quali sono le barriere principali al carbon farming in Europa?
Due: l’incertezza normativa e legale (natura dei crediti di carbonio, mancanza di casi d’uso) e la difficoltà di sviluppare progetti con strutture finanziarie solide (contratti a lungo termine, assicurazioni rischi, garanzie bancarie).
Perché gli investitori istituzionali non investono nel carbon farming?
Perché manca la bancabilità: senza ricavi prevedibili a 10-15 anni, contratti standardizzati e asset garantibili, i fondi infrastrutturali e le banche non possono applicare il modello finanziario usato nelle rinnovabili e in altre asset class consolidate (es. infrastrutture, immobiliare, etc.).
Cos’è la bancabilità dei progetti natural capital?
È la capacità di un progetto di generare flussi di cassa sufficientemente stabili e verificabili da garantire il rimborso di un debito bancario. Richiede: revenue certe, rischi assicurabili, collaterale reale.
Come funziona il blended finance nel carbon farming?
Combina fonti di capitale diverse (privato istituzionale, pubblico, retail) e strumenti di de-risking (garanzie, first-loss) per distribuire il rischio e rendere il progetto appetibile a diversi profili di investitore.
Che differenze ci sono tra carbon farming e energie rinnovabili?
Le rinnovabili hanno regolazione stabile (direttive UE), PPA standardizzati, assicurazioni mature e asset fisici collaterali. Il carbon farming manca di questi 4 pilastri, pur avendo un potenziale di mitigazione del cambiamento climatico estremamente significativo.