SBTi 2.0 alza l’asticella: cosa cambia per chi fa carbon removal

Il nuovo standard SBTi 2.0 trasforma la rimozione della CO₂ da azione volontaria a requisito strutturale e progressivo per le strategie aziendali verso il 2035. Ecco i punti chiave del documento strutturati per rispondere ai dubbi più comuni sui nuovi criteri di carbon removal.

 

Un nuovo documento, un nuovo orizzonte

Lo Science Based Targets initiative ha pubblicato l’11 giugno 2026 la versione 2.0 del Corporate Net-Zero Standard, in vigore dal 1° febbraio 2027. Oltre 11.000 aziende hanno già fissato target con questo framework che è, di fatto, il riferimento più diffuso al mondo per misurare l’impegno climatico delle imprese. La revisione non è cosmetica, sostituisce e consolida sia il precedente Near-Term Criteria sia le versioni precedenti dello stesso standard. E per chi, come Arpinge Natural Capital, sviluppa direttamente progetti di rimozione e assorbimento di CO₂, contiene segnali che vale la pena leggere con attenzione, uno per uno.

 

Un’architettura dei target più articolata

La V2.0 distingue due categorie di aziende: Categoria A, che comprende grandi imprese e medie imprese di paesi ad alto reddito e Categoria B, piccole imprese e medie imprese di paesi a reddito più basso, con requisiti graduati. Per tutte le aziende restano obbligatori i target near-term (a 5 anni) su scope 1 e 2, mentre lo scope 3 diventa obbligatorio solo per la Categoria A. I target long-term, pensati per portare le emissioni a un livello residuo entro il 2050 al più tardi, restano invece opzionali per tutte le aziende, così come l’intero target net-zero, che combina near-term, long-term e neutralizzazione delle emissioni residue. Un punto da tenere a mente quando si comunica lo standard, il removal non discende da un obbligo universale e immediato, ma da una scelta che lo standard rende via via più strutturata, e che per le grandi aziende diventerà vincolante a partire da una data precisa.

 

L’utilizzo di carbon credit smette di essere un’azione marginale

Nella struttura precedente, l’impiego di carbon credit compariva soprattutto come azione volontaria, utile a rafforzare una narrazione di sostenibilità. La V2.0 lo inquadra diversamente, attraverso due meccanismi che lo standard tiene distinti con cura.

Il primo è un programma di riconoscimento: l’Ongoing Emissions Responsibility (OER), che resta volontario fino al 2035 e si articola su tre livelli crescenti di acquisto di carbon credit, senza distinzione di tipologia (naturali/tecnologici, avoidance/removal):

  • Engaged: copertura dell’1% delle emissioni “in corso”, senza un prezzo minimo imposto;
  • Advanced: copertura del 10% (incluso il 100% di scope 1 e 2), con un budget contributivo di almeno 20 $/tCO₂e;
  • Leadership: copertura del 100% per la Categoria A (10% per la Categoria B), con un budget di almeno 80 $/tCO₂e.

 

Il secondo meccanismo è un set di requisiti che, da volontari, diventano vincolanti su una scadenza precisa. Dal 2035, le aziende di Categoria A dovranno sostenere esclusivamente attività di removal eleggibili per almeno l’1% delle proprie emissioni in corso, quota che cresce linearmente fino al 100% all’anno del target net-zero, non oltre il 2050. I carbon credit di tipo avoidance, ossia che evitano nuove emissioni, di fatto escono di scena. Una quota crescente dei carbon credit dovrà inoltre provenire da removal a lunga durata: dal 10% nel 2035 al 100% all’anno net-zero. E per chi sceglie un target net-zero, lo standard richiede di neutralizzare il 100% delle emissioni residue con removal eleggibili a partire dall’anno net-zero in avanti, con responsabilità diretta dell’azienda sulle proprie emissioni residue di scope 1.

È un cambio di passo, il removal non è più solo lo strumento per “fare di più”, ma diventa, per una parte significativa del mercato corporate, un passaggio strutturale e progressivo verso il 2035 e oltre.

 

Il prezzo si fa esplicito

Per la prima volta, SBTi associa al removal un riferimento di prezzo dichiarato, e non solo per il livello più alto. Già il livello “Advanced” richiede un budget di almeno 20 $/tCO₂e; il livello “Leadership” sale ad almeno 80 $/tCO₂e. Lo standard chiarisce che questa cifra riflette “l’estremità inferiore” delle stime disponibili per un prezzo del carbonio scientificamente robusto, e resterà soggetta a revisione periodica. Non è un prezzo di mercato imposto, è esplicitamente definito come un benchmark, non come un riferimento di prezzo per gli strumenti di mitigazione, ma è un ancoraggio che i buyer corporate iniziano ad avere a disposizione quando valutano un portafoglio di removal, e che chi sviluppa progetti farebbe bene a conoscere.

 

L’integrità conta più del volume

I criteri richiedono, per ogni attività di removal: due diligence documentata sull’ente attuatore e sull’attività finanziata, principio “non causare danno” con rispetto esplicito per diritti umani, biodiversità e diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali, prevenzione del lock-in su tecnologie ad alta intensità di carbonio, trasparenza annuale su metodologie, risultati ed eventuali accordi di condivisione dei benefici.

Sul piano della quantificazione, i removal verificati devono avere una governance tracciabile che eviti la doppia contabilizzazione, baseline soggette a revisione periodica per consentire un aumento progressivo dell’ambizione, gestione dell’incertezza e del rischio di delocalizzazione delle emissioni (leakage), addizionalità di progetto o programma, l’attività non deve essere già richiesta per legge né finanziariamente sostenibile senza l’intervento, salvaguardie dedicate al rischio di reversal, e assicurazione da parte di un soggetto terzo indipendente.

Per le “altre azioni climatiche” non basate su outcome verificati, si richiede comunque una valutazione documentata dello scenario controfattuale, un percorso d’impatto definito con indicatori misurabili, un piano di monitoraggio e un finanziamento aggiuntivo rispetto alle attività ordinarie.

Sono criteri che non coincidono con il Carbon Removal Certification Framework europeo. I due strumenti hanno governance e finalità distinte, e lo standard SBTi non menziona mai il CRCF, ma convergono sui medesimi principi cardine: addizionalità, permanenza monitorata, verifica indipendente, trasparenza. È un terreno comune su cui un progetto disegnato fin dall’origine attorno a questi criteri si trova già a proprio agio.

 

Una nota di onestà intellettuale

Lo standard distingue tra removal “long-lived” (secoli o millenni di stoccaggio) e “short-lived” (decenni o secoli). È una distinzione che riguarda direttamente il nostro doppio binario, i progetti di rigenerazione forestale, come Isola Maria Luigia, rientrano nello short-lived; le soluzioni a base tecnologica più tipicamente nel long-lived. Lo standard prevede che le due tipologie si combinino per soddisfare la quota di responsabilità crescente verso il 2035 e oltre; non sono alternative, si completano.

SBTi segnala inoltre che valuterà se i removal a vita più breve possano offrire, con adeguati meccanismi di garanzia, una permanenza “climaticamente equivalente” a quella dei removal a lunga durata.

È un fronte di policy ancora aperto, da seguire con attenzione: incide su come i progetti nature-based verranno classificati in futuro, un motivo in più per continuare a presidiare entrambe le strade.

 

Il nostro punto di vista

Leggiamo questo standard come una conferma di traiettoria, non come un punto di arrivo. La direzione che SBTi indica, removal integrato nei percorsi di decarbonizzazione, soggetto a criteri di integrità sempre più stringenti, con un riferimento di prezzo finalmente esplicito su più livelli, è la stessa su cui Arpinge Natural Capital costruisce i propri progetti, da Isola Maria Luigia in avanti: addizionalità verificabile, monitoraggio della permanenza, trasparenza sui risultati. Non per inseguire una conformità formale, ma perché è così che un progetto di rimozione naturale diventa, nel tempo, bancabile e certificabile.

 

 

Domande frequenti (FAQ):

Quali sono le categorie aziendali definite dal nuovo standard?

Lo standard distingue le imprese in “Categoria A” (grandi e medie imprese in paesi ad alto reddito) e “Categoria B” (PMI in paesi a reddito più basso) , mantenendo obbligatori per tutte i target a breve termine su scope 1 e 2, mentre lo scope 3 è obbligatorio unicamente per la Categoria A.

L’acquisto di crediti di carbonio diventerà obbligatorio?

Il meccanismo Ongoing Emissions Responsibility (OER) resta volontario fino al 2035 , ma da quell’anno le aziende di Categoria A avranno l’obbligo di sostenere attività di removal per almeno l’1% delle proprie emissioni in corso, arrivando linearmente al 100% all’anno del target net-zero.

Che fine faranno i crediti di tipo “avoidance”?

I crediti di carbonio di tipo avoidance, ovvero quelli basati sull’evitamento di nuove emissioni, escono di fatto di scena dai requisiti vincolanti a partire dal 2035.

Il nuovo standard fissa un prezzo imposto per i crediti di carbonio?

Non impone un prezzo di mercato, ma definisce un benchmark di riferimento esplicito basato sulle stime disponibili , richiedendo un budget contributivo di almeno 20 $/tCO₂e per il livello “Advanced” e di almeno 80 $/tCO₂e per il livello “Leadership”.

Qual è la differenza tra removal “long-lived” e “short-lived”?

I removal “long-lived” garantiscono uno stoccaggio per secoli o millenni, mentre gli “short-lived” durano decenni o secoli; le due tipologie si completano a vicenda , ma una quota crescente di crediti (dal 10% nel 2035 al 100% all’anno net-zero) dovrà provenire obbligatoriamente da removal a lunga durata

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