La terza edizione del rapporto “The State of Carbon Dioxide Removal”, pubblicata a giugno 2026, certifica che il divario tra impegni nazionali e traiettorie compatibili con 1,5 °C si sta allargando, 0,3 GtCO₂ nel 2030, 1,2 nel 2035, 5,2 nel 2050, mentre la rimozione resta quasi interamente di tipo forestale/convenzionale.
Due gigatonnellate e una filiera novel ancora dimostrativa
Il mondo rimuove oggi circa 2,2 GtCO₂ all’anno, di cui appena 2 MtCO₂, lo 0,1% del totale, attribuibili a metodi novel: BECCS, biochar, DACCS, enhanced weathering. Tutto il resto è afforestazione, riforestazione e gestione forestale. Questo dato costituisce il riferimento centrale per qualunque analisi sul carbon removal in questo decennio: negli scenari valutati il novel CDR cresce di un fattore cinque tra 2030 e 2035 e supera 3,5 GtCO₂/anno al 2050, ma parte da una base prossima allo zero e con una pipeline sottodimensionata. I progetti operativi e in costruzione raggiungerebbero 0,008 GtCO₂/anno di capacità al 2030, circa 8,4 MtCO₂, contro i 70 MtCO₂/anno richiesti dagli scenari a massima ambizione; gli annunci aziendali arrivano a 42 MtCO₂, ma negli anni recenti solo il 20% della capacità pianificata è stato effettivamente costruito. Biochar e BECCS coprono quasi tutte le rimozioni novel esistenti: il resto delle tecnologie resta, in termini di volumi consegnati, statisticamente marginale. Il tasso di conversione tra annuncio e impianto operativo va letto come indicatore di rischio esecutivo, non come dettaglio metodologico.
Il gap è un problema di questo decennio, non del 2050
Gli impegni nazionali, comprese le NDC aggiornate nel 2025 che il rapporto giudica prive di un incremento sostanziale di ambizione, valgono 2,5 GtCO₂/anno nel 2030 contro una mediana di 2,9 GtCO₂ negli scenari a massima ambizione: un divario apparentemente contenuto, 0,3 GtCO₂, che però richiede di raddoppiare l’ambizione complessiva, portando l’incremento previsto al 2030 da +0,3 a +0,6 GtCO₂. Da lì la dinamica accelera: 2,7 GtCO₂ promessi contro 3,9 negli scenari al 2035 (gap di 1,2), e 3,6 contro 8,8 al 2050 (gap di 5,2). Il rapporto è esplicito sulla causa: poiché le emissioni hanno continuato a crescere dalla seconda edizione, il gap è cresciuto con loro e continuerà ad allargarsi senza riduzioni significative nel breve termine. Sul mercato volontario la fotografia è coerente. I crediti forestali restano dominanti, 15,4 MtCO₂e emessi nel 2025 contro 14,4 nel 2024, con 8,0 MtCO₂e ritirati, ma il segnale rilevante è nel pre-mercato: i volumi contrattualizzati per il CDR convenzionale scendono da 21,1 a 13,0 MtCO₂e in un anno. I progetti novel rappresentano il 4,9% dei progetti attivi e lo 0,3% dei crediti emessi e ritirati, mentre la distribuzione geografica resta concentrata, con America Latina e Caraibi al 47% dei progetti CDR complessivi e al 74% di quelli convenzionali.
Durabilità, integrità e la posizione di Arpinge Natural Capital
Il rapporto conferma che la questione della durabilità resta centrale per il CDR convenzionale. I metodi novel sono spesso disegnati per rispondere strutturalmente a quei limiti, ma scontano incertezze scientifiche e sfide di MRV tuttora aperte, oltre a costi superiori ai prezzi impliciti nei principali meccanismi di conformità. È il terreno su cui Arpinge Natural Capital lavora e su cui si è già espressa analizzando SBTi 2.0 e il rapporto WEF 2026: un progetto di rimozione naturale diventa bancabile e certificabile solo se costruito fin dall’origine su addizionalità verificabile, monitoraggio della permanenza e trasparenza sui risultati, con il quadro europeo di certificazione del carbon removal assunto come riferimento operativo prima ancora che come tema di policy da monitorare. La lettura del gap conferma l’impostazione: non si tratta di scegliere tra nature-based e rimozione durabile, le due componenti sono complementari nelle traiettorie modellate, ma di presidiare entrambe con metodologie solide, misurazioni credibili e strutture progettuali finanziariamente sostenibili.
Conclusione
La terza edizione non annuncia una svolta: registra che la distanza tra ambizione dichiarata e capacità installata aumenta, e che il carbon removal resta un’attività prevalentemente forestale con una filiera novel ancora in fase dimostrativa e un tasso di realizzazione basso. Per chi sviluppa progetti le implicazioni sono operative, qualità del dato, permanenza, capacità di portare a costruzione ciò che si annuncia, più che narrative.
FAQ
Che cos’è il novel CDR?
È l’insieme dei metodi di rimozione della CO₂ ancora in fase iniziale di sviluppo — BECCS, biochar, DACCS, enhanced weathering — distinti dal CDR “convenzionale”, cioè afforestazione, riforestazione e gestione forestale. Oggi valgono circa 2 MtCO₂ all’anno, con biochar e BECCS a coprire quasi tutto il volume; sono spesso progettati per garantire una maggiore durabilità dello stoccaggio, ma scontano incertezze scientifiche, sfide di MRV e costi superiori.
Quanta CO₂ viene rimossa oggi a livello globale?
Circa 2,2 GtCO₂ all’anno, di cui solo circa 2 MtCO₂ da metodi novel come biochar, BECCS e DACCS.
Che cos’è il “CDR gap”?
La differenza tra i livelli di rimozione contenuti negli impegni nazionali e quelli degli scenari compatibili con 1,5 °C a massima ambizione: 0,3 GtCO₂ nel 2030, 1,2 nel 2035, 5,2 nel 2050.
Il novel CDR sostituirà i progetti forestali?
No: negli scenari analizzati il CDR convenzionale ha il ruolo più rilevante nel breve termine, mentre il novel accelera dopo il 2030.
Perché la pipeline novel è considerata insufficiente?
Perché al 2030 raggiungerebbe 8,4 MtCO₂/anno contro i circa 70 richiesti, e solo il 20% della capacità pianificata è stato finora costruito.